L’Arte come ultimo rifugio della natura
Gli artisti generano la sostanza estetica con cui è fatta l’arte, ossia ciò che ci concilia in modo non nichilistico con il fatto evidente che siamo noi stessi a produrre, a creare ciò che chiamiamo essenziale.
Dietro ogni parola che amministra un territorio così vasto, come quello dell’Arte o della Bellezza, appare sempre il confine dei nostri vincoli e limiti cognitivi, e verrà posta senza fine la domanda di pertinenza semantica delle parole (da Prodico alla filosofia analitica), poiché dietro alla parola, dietro alla culturalità c’è appunto l’essere, ossia ciò che è senza perché, come è per noi, in una vertiginosa affinità, l’universo stesso. L’ipotesi è che non si possa chiudere fuori dal pensabile, come dalla porta della Royal Society, il discorso sul mistero.
Ma se del mistero non si potrà avere esperienza, il suo ritrarsi ha lasciato sulla terra la forma cava del sacro, trasformando la sua alterità assoluta in vicinanza attraverso l’umano sentimento. Se c’è una sacralità della materia, ossia se in essa si cela l’origine senza origine, c’è anche quella della nostra coscienza, ossia ciò che supponiamo sia il livello più alto della materia. Così la sua sacralità è la nostra stessa sacralità.
Oggi l’arte è l’ultimo rifugio della natura. Nel senso che la natura della nostra umanità, con tutta la dote interpretativa assegnatale dall’umanesimo trascendentale, e la natura della natura possono ancora parlare solo attraverso la voce marginale dell’arte. (Tutto il resto è sapere e potere della tecnologia). L’arte è cioè l’ultimo rifugio del mistero della natura e quindi di noi stessi. Solo con essa, a volte, possiamo guardare nell’oscurità del possibile e del nulla.
Diventa immagini o parole solo per poter essere scambiata tra gli uomini in modo che quell’irriducibile "esperienza" posta oltre la necessità e il caso assicuri il legame con la nostra stessa trascendenza. Essa è l’avamposto dell’anima verso l’infinito e il testimone splendente del nostro stesso esserne parte.
Tutto questo sarà verosimile se crediamo che pensare non sia altro che ringraziare. Un indugiare, un soffermarsi della mente sul fatto che ci è concesso di pensare. Si ringrazia realmente facendo ciò che crediamo che il donatore si aspetti da noi, ossia lo stesso pensare. Ma se il donatore è l’ignoto dell’alfa, del mistero, l’atto del pensare-ringraziare si autogenera con esso. È così che si espande l’universo stesso. Sostare presso il mistero, soltanto questo! Così anche l’essenza dell’esperienza temporale dell’arte consiste nell’imparare a indugiare. Ciò è forse la contropartita a noi adeguata, cioè finita, di ciò che si chiama eternità.
L’opera d’arte stabilisca un contatto col mistero, come nel mito dove Iride, la musa dei messaggi tra cielo e terra, lambiva l’eterno e ritornava nel mondo in quel tragitto incantato che si dice arcobaleno e che è l’indizio sensibile del soprasensibile. Così la Bellezza è il messaggero dell’attesa (intenzionale) e della grazia (fatale). Una attesa e una grazia che riponiamo nelle mani dell’arte e della poesia.
Dietro il piacere della Bellezza e dietro il suo sogno di fermare il nulla e l’indifferenza, trapela la forma stessa di una dignità terrena che noi chiameremo spiritualità in cui poter credere e dove poter vivere.
Andrea Diprè
Un quadro o una poesia costituiscono una sorta di sublimazione ricostruttiva.
Andrea Diprè
L'Arte è l'illusione che vince la schiavitù del tempo.
Andrea Diprè
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